sabato 21 marzo 2020

Beniamino Gigli e Pietro Mascagni

Beniamino Gigli con Luigi Ricci ("Il Trovatore", 9-12-1939)

BENIAMINO GIGLI E PIETRO MASCAGNI


Il 30 aprile 1917 andava in scena a Roma al Teatro Costanzi, la nuova opera di Pietro Mascagni, "Lodoletta". Con l'Autore sul podio e con una mirabile protagonista come Rosina Storchio, ci voleva un tenore degno di stare accanto a tanta artista e che sapesse interpretare l'opera mascagnana, che doveva recare, secondo le parole dell'Autore, all'umanità inasprita dalla guerra, un poco di amore e di pace. Un conforto, un sollievo, e dal lato artistico, un ritorno all'antico: ridare alla voce tutta la sua supremazia. Lavoro puramente italiano e di voluta semplicità. Questa supremazia data alla voce umana sull'orchestra, la melodia fresca, ispirata, piena di sentimento, richiedevano in verità artisti eccezionali. La Storchio, artista mirabile, era a posto, ma il tenore?.... La ricerca fu lunga e laboriosa. Mascagni ne sentì una trentina, ma... li scartò tutti. Ad Emma Carelli venne una geniale idea: "Maestro, perchè non prendiamo Beniamino Gigli?" - O Emma, ma lei scherza? - rispose Mascagni - il Gigli ha una bellissima voce, ma una voce da evirato, ed io ho bisogno di una voce maschia, robusta. Si ricordi che Flammen ha circa quaranta anni -. Ma ad Emma Carelli, donna lungimirante, quasi avesse un chiodo fisso in testa, andava dicendo: "L'unico tenore che può cantare Lodoletta è Beniamino Gigli". Ma niente da fare con Mascagni.
Ed eccoli di nuovo alla ricerca del tenore. Mancavano pochi giorni all'andata in scena di "Lodoletta" e l'interprete di Flammen?.....non si trovava per le esigenze dell'Autore. Quindi continui rinvii dell'andata in scena e sembrava che l'opera dovesse essere rimandata all'anno prossimo.
Finalmente la scelta cadde su il tenore Giuseppe Campioni, ottimo interprete di Isabeau dalla voce maschia, robusta come la desiderava Mascagni, ma quando si trattò di cantare a mezza voce ed eseguire le note acute piano, filate, il Campioni mostrò di trovarsi a disagio, ma Mascagni, per sostenere il suo punto di vista, era contento, e finalmente, con un ritardo notevole, l'opera fu varata.
L'esecuzione fu eccellente per parte dell'orchestra e di Rosina Storchio, protagonista insuperabile, ma la parte del tenore in molti punti affidata alla mezza voce, fusciupata dal Campioni e non riuscì a mettere in evidenza le bellezze di alcune pagine, e rendere con efficacia la sua parte, specialmente alla chiusa del primo atto. Con tutto ciò l'opera ebbe un grandissimo successo. Se ne ebbero varie repliche tutte esaurite. Ma Emma Carelli non poteva togliersi il chiodo e seguitava a dire: "L'unico tenore che può cantare Lodoletta, è Beniamino Gigli. Ah! ci fosse stato lui!".
In una replica dell'opera, un abbonato, mentre Mascagni si recava al podio, gli disse: "Povero uccellino (alludeva a Lodoletta) una di queste sere, questo cane se lo mangerà in un boccone!".
Mascagni, dopo qualche anno, ebbe a dire: "L'interprete di Flammen della Lodoletta a Roma? Fu un cane di tenore!".
Subito dopo le rappresentazioni del Costanzi, s'affrettò a godersi "Lodoletta". Mascagni, ricordando le parole della Carelli e l'insuccesso del Campioni, segretamente, impose al Comitato che organizzava la stagione, il tenore Beniamino Gigli: e Gigli fu scritturato. Ma Beniamino in principio era riluttante e non voleva accettare. Si ricordava che Mascagni non l'aveva voluto per la prima esecuzione, ma poi, data la sua nobile anima, accettò e l'opera la studiò con me. Io conoscevo bene, per essere stato presente a tutte le prove e le recite, l'interpretazione, i tempi precisi di Mascagni, insomma l'avevo nel sangue, e devo dire che Gigli studiò l'opera con grande impegno, con grande amore; l'opera sembrava scritta per lui, il suo cuore, il suo bel canto, lo trasfuse tutto nelle belle e pure melodie mascagnane, ricavandone effetti con soavissima mezza voce e mise tanto entusiasmo nello studio, che dopo una settimana, l'opera era pronta. Successo strepitoso.

Vi leggerò qualche brano di critica falciato da inutili particolari.

LA GAZZETTA LIVORNESE
"Beniamino Gigli ha il dono prezioso di una voce freschissima, simpaticissima, che gli sgorga spontanea, senza mai l'ombra di uno sforzo. Ha delle mezze voci di una soavità deliziosa. E' difficile trovare un tenore che possa unire alla robustezza della voce anche la dolcezza delle mezze voci, eppure Gigli riunisce questi due pregi. Nel finale del primo atto fu di una finezza straordinaria, quanto espressivo ed appassionato nel secondo e specialmente nella romanza del terzo".

IL CORRIERE DI LIVORNO
"Beniamino Gigli in quest'opera che è tutto canto, le sue virtù ebbero pieno rilievo; gustammo il puro timbro della sua voce, la dolcezza della sua mezza voce, il vero equilibrio con cui disegnò e visse la figura di Flammen".

E ancora, nella sua serata d'onore: LA GAZZETTA LIVORNESE
"Gigli nella parte di Flammen ha da lottare con difficoltà d'ogni sorta. Nel primo atto sono necessarie le dolcezze di una mezza voce soavissima: nel secondo una grande arte nel fraseggiare e nel terzo passione e vigore; ma Gigli in tutto riesce perfetto e sa raggiungere gli effetti vigorosi nei momenti in cui la passione deve traboccare, come sa piegarsi alle più garbate sfumature".
Insomma Gigli cantò le melodie mascagnane col meglio della sua voce e con tutta la passione della sua anima, e superò ogni più ardita previsione. Mascagni non solo si ricrebbe, ma in seguito ebbe a dire: "Il vero debutto e la vera trionfale carriera artistica di Beniamino Gigli, cominciò con la mia Lodoletta, a Livorno".
Emma Carelli che per curiosità andò ad ascoltare l'opera, disse all'Autore: "Maestro, avevo ragione di affermare che l'unico tenore che poteva cantare Lodoletta era Gigli?".
L'opera sempre con l'insuperabile interprete, fece il giro di molti teatri, ovunque riportando enormi successi.

Sui giornali di Roma viene annunciato: "Mentre la Scala di Milano rimarrà chiusa, al nostro Costanzi avremo la consueta grande stagione 1917-1918. Sarà inaugurata la sera del 26 dicembre con il Falstaff. Altre opere di repertorio, completeranno il cartellone".
Mentre la coraggiosa Emma Carelli organizzava questa stagione di Carnevale-Quaresima in momenti veramente difficili, causa la guerra, pensò: "Lodoletta ha trionfato a Roma e trionfa da per tutto. Bisogna battere il ferro quando è caldo, e per levarmi il chiodo ancora conficcato in capo, apro la stagione con Lodoletta e con Gigli". E così fece. Fu un trionfo. Chi ebbe la ventura di ascoltarlo non dimenticò in fretta la Ninna Nanna del primo atto "Bimba, non piangere" cantata con una mezza voce dolcissima, soffice, trasparente, e la frase, scoglio passato, presente e futuro, per i tenori: "Una nuvola d'argento" con salto d'ottava che va dal La basso al La acuto, preso pianissimo.

Ecco qualche critica:

Alberto Gasco su la TRIBUNA:
"Beniamino Gigli ha conquistato l'alloro dei vincitori nella scena finale del primo atto, e nella romanza dell'ultimo".

De Renzis sul MESSAGGERO:
"Beniamino Gigli alla parte di Flammen, così ricca di sentimento, ha dato un risalto che era assolutamente mancato nella prima edizione dell'opera".

Nicolino d'Atri sul GIORNALE D'ITALIA:
"Abbiamo iersera avuto la prima volta un'impressione esatta ed efficace - e non è nostra la colpa del ritardo - di quel che sia, in quest'opera, la parte del tenore. Tutti in teatro se ne rallegravano e ne attribuivano il merito a chi ne aveva diritto: al Gigli".

Adriano Belli sul CORRIERE D'ITALIA:
"La prima esecuzione romana non fu perfetta. Apparve assolutamente manchevole per parte del tenore, il quale non riuscì a mettere in evidenza le indiscutibili bellezze di alcune pagine. Bellezze che finalmente iersera apparvero in piena luce per merito di un giovane artista, Beniamino Gigli. Il Gigli ha infatti mezzi eccezionali, fluidità di emissione, calore comunicativo, accento vibrante, voce dolce e nello stesso tempo robusta che egli sa modulare con arte squisita e piegare ad ogni esigenza della parte. Il finale del primo atto fu detto da lui come meglio non si potrebbe desiderare. Il secondo atto che nella prima edizione apparve scialbo e privo d'interesse, venne eseguito con vivo compiacimento per il godimento che si provava nell'ascoltare il Gigli, il quale poi nella romanza del terzo atto riuscì a trascinare l'uditorio al più schietto entusiasmo".

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Al battesimo Sud-Americano, a Buenos Aires, del "Piccolo Marat" di Pietro Mascagni, che proveniva dall'esito clamoroso del Costanzi, il 2 maggio 1921, e che pareva rinnovasse i fasti di "Cavalleria rusticana", il protagonista fu Beniamino Gigli.
Quando Gigli accettò di cantare il "Piccolo Marat", venne da me, come il solito, a studiare l'opera. Io avevo preparato, al Costanzi, tutti gli artisti della prima esecuzione e, presente l'Autore, ho suonato al piano tutte le prove di concertazione. Che prove! Che entusiasmo in tutti gli artisti! Mascagni era grande e insegnava la sua speciale mascagnana interpretazione in modo mirabile. Tutti pendevano dalle sue labbra e tutti cercavano di assecondarlo nel modo migliore. Erano entusiasti dell'opera e vedevano delinearsi il grande successo. Anche le prove di scena furono fatte da Mascagni e il Maestro era contento, contentissimo. Bei tempi! Oramai le sue interpretazioni mi erano entrate nel sangue e ogni giorno che passava diventavo sempre più mascagnano.
Come tutte le prime mascagnane, anche a Buenos Aires, con un complesso veramente eccezionale, fu grandiosa. Mascagni da Livorno, scrisse al Gigli, magnifico interprete: "Il successo del Piccolo Marat mi ha dato una grande soddisfazione, e non soltanto per me, ma anche per lei. Vedo che con l'interpretazione del Piccolo Marat sale i gradini a quattro a quattro. Le sono gratissimo di avere accettata la creazione del Sanculotto e m'auguro che abbia un po' di affetto per il piccolo giovinetto, e me lo porti a spasso per la gloriosa sua corsa attraverso il mondo........ Le esprimo tutta la mia gratitudine e formo per lei e per il suo avvenire artistico i voti più affettuosi e più sinceri!". E quando Pietro Mascagni lo invitarono a dirigere la sua opera "Isabeau" all'EIAR, (oggi RAI) di Torino, volle per la parte di Folco, Beniamino Gigli. Appena composta l'opera, accennando alla "Canzone del Falco", il Maestro ebbe a dire: "La tessitura è tutta centrale, non c'è una nota acuta e, malgrado ciò, essa difficilmente troverà il tenore ideale che canti questo pezzo come vorrei". Ma in Beniamino Gigli lo trovò, e non solo per la "Canzone del Falco" ma pel duetto, per tutte le scene importanti dell'opera, e realizzò il sogno dell'Autore nelle notti insonni, quando scriveva "Isabeau", abbandonato ad un ideale d'arte elevata.
Beniamino prima di accettare il contratto con l'EIAR, venne da me e mi chiese se poteva cantare "Isabeau", se l'opera era adatta ai suoi mezzi vocali. Io non solo gli dissi che la poteva cantare, ma che ne avrebbe fatta una grande esecuzione. Anche questa volta studiò l'opera con me, che non mancai di metterlo al corrente di tutti gli intendimenti mascagnani.
Mancavano due giorni alla partenza per la prima prova d'insieme a Torino, ma Gigli mi disse che voleva rimandare la partenza perchè desiderava approfondire ancora l'opera e presentarsi a Mascagni il più perfetto ossibile. Intanto a Torino erano incominciate le prove con gli artisti tutti presenti: mancava solo Gigli. Passa un giorno, ne passa un altro, Gigli non arriva. Mascagni offeso per questo ritardo, sospende le prove con gli artisti e con l'orchestra e non vuole più dirigere l'opera. Si chiude in Albergo e non vuole vedere più nessuno.
Dopo due giorni arriva Gigli. La Direzione della Radio lo mise al corrente di quanto era accaduto e Gigli disse: "Non vi preoccupate, vado io stesso da Mascagni". Ma il Maestro non lo volle ricevere. Le cose si mettevano veramente male. I dirigenti della Radio andarono da Mascagni e tanto fecero e tanto dissero che convinsero il Maestro a riprendere le prove.
L'incontro tra Mascagni e Gigli non fu certo amichevole. Con una faccia accigliata di persona offesa, Mascagni gli disse che tardando, mentre tutti gli artisti erano stati puntualissimi, aveva mancato di rispetto ai suoi colleghi e a lui; da lei non mi sarei mai aspettato una cosa simile. Non creda, perchè lei è arrivato alla celebrità di potersi permettere certe sconvenienze. Ma Gigli, calmo, disse che se aveva tardato, non era stato per mancanza di rispetto a lei Maestro e ai miei colleghi, ma per studiare e approfondire meglio l'opera e presentarmi degno di tanto incarico, verso lei che è l'Autore. Mascagni: "Bella scusa! chi sà dove ha studiato e con quale cane di maestro, un maestro che non conoscerà nemmeno le mie più piccole intenzioni: ed ora devo io, in poco tempo, cercare di mettere a posto l'opera". Gigli sempre calmo rispose: "Ma io l'ho studiata a Roma col maestro Ricci che conosce molto bene le sue opere". La facciata di Mascagni si rassenerò: "Ma se io sapevo che l'opera la studiava col maestro Ricci, allora poteva venire pure alla prova generale".

(da: Luigi Ricci - "Ricordando Beniamino Gigli e il suo tempo" - Roma, 14 novembre 1977)


Ascolti musicali:

1. Gigli canta "Ah! Ritrovarla nella sua capanna", dall'Atto III di "Lodoletta" di Mascagni



 2. Gigli canta la Canzone del Falco "Non colombelle!... Ah ! Tu ch'odi lo mio grido", dall'Atto II di "Isabeau" di Mascagni



 3. Gigli canta "E passerà la viva creatura", dall'Atto II di "Isabeau" di Mascagni



 4. Gigli canta "Apri la tua finestra", dall'Atto I di "Iris" di Mascagni



Opere complete di Mascagni cantate da Beniamino Gigli:

 "Cavalleria rusticana" (diretta da Mascagni stesso - aprile 1940)

"L'amico Fritz" (con Rina Gigli, diretta da Gianandrea Gavazzeni - Napoli, 7 febbraio 1951)